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Lentamente, allungò la mano per prenderla. Le sue dita erano pallide e fredde, e quando sfiorarono le mie, fu come toccare il ghiaccio. Si sistemò la giacca sul petto, stringendola per un istante prima di infilare un braccio, e poi l’altro, nelle maniche.
Vederla con quella giacca mi fece venire un nodo alla gola. Non perché sembrasse improvvisamente trasformata, né perché fosse un momento drammatico di redenzione. Semplicemente perché era bella. Come se il calore appartenesse al corpo. Come se non dovesse essere un dono così raro.
Mi guardò.
Poi sorrise.
Non era un grande sorriso. Non chiedeva nulla. Era un sorriso piccolo e sincero, quel tipo di sorriso che nasce quando si è sorpresi da un gesto gentile e non si sa quanto durerà.
Dal palmo della sua mano, mi mise qualcosa nel mio.
Una moneta.
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Arrugginito, vecchio e più pesante del dovuto. Mi aveva lasciato un leggero segno rossastro sulla pelle.
“Tienilo”, disse. “Saprei quando ti servirà.”
Aggrottai la fronte, guardandolo e rigirandolo tra le dita. Non sembrava un oggetto di valore. Sembrava qualcosa che si potesse trovare sotto un vecchio termosifone o in fondo a un cassetto.
“Credo che ne abbia più bisogno tu di me”, dissi.
Scosse la testa una volta, con fermezza. “No. Ora è tuo.”
Aprii la bocca per ribattere, per chiedergli cosa intendesse, per insistere per riprendermelo, ma le porte dell’ufficio alle mie spalle si spalancarono con una folata d’aria calda e una voce ancora più gelida.
“Sei…?”
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